L. Rubini, “Ipotesi di clusterizzazione per la prevenzione da pandemia”
L. Rubini, “Ipotesi di clusterizzazione per la prevenzione da pandemia”

[di Luca Rubini, CIRPS] Considerati gli avvenimenti in corso, legati alla diffusione del Covid-19 ed ai suoi effetti devastanti per la salute e per l’intero assetto socio-economico dell’Uomo, è doveroso domandarsi cosa fare dopo il periodo di restrizioni imposte dal/dai Governi per contenere la diffusione del Covid-19.

Per organizzare le idee, poniamo una domanda. Cosa sarebbe accaduto se questo virus fosse comparso nel 1600? È ovvio che nessuno può conoscere la risposta, ma rimanendo su un’ipotesi probabile, il virus avrebbe agito per lungo tempo con pochi ostacoli, poiché la tempestività dei mezzi di comunicazione e l’emanazione di ordinanze era senz’altro meno rapida ed anche meno efficace di oggi. E infatti, la peste fu particolarmente calamitosa, malgrado la popolazione fosse numericamente bassa rispetto alla successiva espansione demografica.

Il fatto è che alcuni aspetti fanno da amplificatore e altri da inibitore alla diffusione del virus.

Basandosi semplicemente sulla logica e dati empirici desunti dagli avvenimenti in atto, si è provato a costruire la seguente tabella 1.

In sostanza, sono individuabili n. 4 motivi di diffusione e n. 7 metodi di contrasto, oltre n. 2 due possibili concause di cui ad oggi non si ha certezza ma che, se entrambe efficaci, sarebbero una di amplificazione (inquinamento) e una (la stagionalità) che agirebbe in un senso o nell’altro a seconda delle condizioni climatiche (ovviamente, la maggioranza numerica degli elementi di contrasto non conforta, in quanto ad ogni causa va associato un peso; ad es. il grado di diffusività del virus, ovvero la sua capacità di contagio, che è diversa da virus a virus). Nel caso del Covid-19, dopo circa un mese di restrizioni, si sta definendo in Italia la supremazia degli elementi di contrasto, con il risultato di una diminuzione del numero dei contagi il cui cumulativo, numericamente e prescindendo dalla gravità del fatto, risulta contenuto (stando alle attuali stime, il complesso dei contagiati è inferiore allo 0,25% della popolazione italiana e ancor minore su base mondiale). In altre parole, grazie alle restrizioni adottate, la curva di crescita ha avuto un punto di flesso e si avvicina al superamento del punto di massimo.

D’altronde, e prendendo per veritiere le informazioni diffuse dalla Cina, è dimostrato che, tra tutte le misure adottabili, il distanziamento sociale eseguito in modo drastico inibisce il processo di diffusione di un virus della capacità di contagio come il Covid-19 abbastanza velocemente e che, quindi, per un tale virus è strumento dirimente [1].

La risposta alla domanda iniziale è allora evidente. Dovendo temere d’ora in avanti che la situazione si ripresenti, uguale o basata su un virus mutato o addirittura nuovo, occorre che la società si organizzi in cluster che possano essere isolati istantaneamente e senza danni alla produttività.

Un primo modo di concepire tale clusterizzazione è quello di immaginare il complesso delle attività umane al pari di un sistema moderno di distribuzione energetica. Da circa un ventennio si parla, e ci si dirige a livello planetario, verso la c.d. generazione distribuita dell’energia, grazie alla possibilità di dotare i piccoli centri di sistemi di autoproduzione da fonte rinnovabile. Questo passaggio non ha precluso l’interconnessione tra sistemi energetici, tant’è che ogni utente di un sistema a generazione distribuita è, e rimane, connesso alla rete per poter scambiare energia con essa in entrata e in uscita, ma – almeno potenzialmente – ogni cellula di un sistema a generazione distribuita è quasi autosufficiente. Grazie a questa (potenziale) autosufficienza, ogni cellula potrebbe continuare a svolgere le sue funzioni, seppure in forma ridotta, in caso di black-out del sistema generale.

Mutuando quanto detto per il complesso delle attività umane, la nuova società potrebbe giovare di un’organizzazione in cluster, mini-cluster e micro-cluster.

Ogni cluster, mini-cluster e micro-cluster[2], che chiameremo insiemi, dovrebbe essere potenzialmente autosufficiente per un periodo pari a quello di incubazione del virus. In tal modo, alla prima avvisaglia di diffusione (comparsa del paziente zero), sia avrebbe la possibilità di chiudere gli accessi di ciascun insieme.

Se programmato e vissuto come evento programmabile, questo comporterebbe una riduzione (e non un totale lock down) della produttività umana, ipoteticamente confinabile a n. 20÷25 giorni, con effetti negativi contenuti anche sul piano produttivo ed economico.

 

Conclusioni

Negli anni ’80, alla prima comparsa dei comuni “personal computer”, non si aveva ancora a che fare con virus informatici. Successivamente, si è dovuto assistere al nascere e replicare di virus informatici, che oggi rappresentano la normalità, e contro i quali si adottano sistemi di contrasto sempre più evoluti via via che più evoluti diventano gli attacchi.

La risoluzione di future situazioni di contagio, pertanto, non sarà quella dell’individuazione di un vaccino, che è sempre molto successiva alla diffusione di un nuovo agente virale. Né una cura efficace dei contagiati può essere considerata una soluzione, in quanto non preventiva e non ostativa alla diffusione, ma utile solo alla limitazione dei danni sulla salute della specie umana.

Pertanto, l’unica via di arresto di un incipiente contagio, dando per scontata la consapevolezza del dover convivere con tale rischio, sembra proprio essere e la capacità di attivare, all’occorrenza, un distanziamento sociale praticato sulla base di una struttura clusterizzata come quella in precedenza ipotizzata e secondo un modello differenziato per area. Il modello si preannuncia quindi complesso, ma necessario, in modo da evitare la frettolosa emanazione di regole e lo shock socio-economico che invece hanno caratterizzato questo primo malaugurato evento.

[1] Se la capacità di contagio fosse più alta si potrebbe assistere addirittura alla inefficacia di tali metodi.

[2] Un micro-cluster potrebbe corrispondere ad un edificio, un mini-cluster ad un quartiere o ad un piccolo paese, un cluster ad una città.

7 aprile 2020